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Così come il vicino Trentino, la Lombardia è una delle zone più settentrionali dell’emisfero boreale in cui l’olivo riesce a sopravvivere, un’area che non spicca per la quantità delle produzioni – circa 300 tonnellate prodotte nell’annata 2017 – ma sicuramente per la qualità. L’olivo ha trovato un clima adatto attorno ai maggiori laghi lombardi, dove il clima è sufficientemente dolce e dove è diventato un elemento importante del paesaggio locale. Le principali cultivar presenti sono ecotipi locali della varietà Frantoio, chiamata Casaliva sul Benaco e Sbresa sul Sebino, è poi numerosa la presenza del Leccino. Le radici dell’olivicoltura lombarda risalgono all’età cristiana, come testimonia la presenza di frantoi in antiche ville rurali come quella di Desenzano, di epoca romana. Nel Medioevo i monaci della Badia di Leno, nella Valtènesi (Brescia), bonificano paludi e dissodano colline per impiantarvi vigne e oliveti; l’olio prodotto sulle coste del Lago di Garda diventa il più apprezzato sul mercato veneziano, fino a divenire, nel XVI secolo, addirittura surrogato creditizio nei contratti di fitto. Il Novecento registra invece un’inversione di tendenza: molte colture di olivo vengono sostituite da coltivazioni di lino, canapa e filari di gelso per l’allevamento dei bachi da seta. In Lombardia la superficie investita ad oliveto è di circa 2.418 ettari con 31 frantoi attivi per una produzione che, sulla base delle dichiarazioni dei frantoi fornite ad Agea a consuntivo della campagna 2016/2017, è stimata da Ismea in 745 tonnellate. Nel 1998 sono state riconosciute due DOP: Garda, con le menzioni geografiche aggiuntive “Bresciano” (prov. Brescia), “Orientale” (prov. di Verona e Mantova) e “Trentino” (prov. di Trento); Laghi Lombardi, con le due menzioni geografiche aggiuntive “Sebino” e “Lario” (prov. di Brescia, Bergamo, Como, Lecco).
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